Fatima delle terre del sud (prima parte)

Posted On 22 novembre 2013

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Il racconto è un po’ lungo… Per non creare un post chilometrico lo divido in pezzi!

Buona lettura! Mario

FATIMA DELLE TERRE DEL SUD

Ti stanno guardando tutti.

“Lo vedo, non ti preoccupare”

In effetti, osservò con divertimento, tutti gli abitanti del piccolo villaggio in cui si trovava lo stavano scrutando  con stupore e sospetto. Tale fenomeno era da attribuire, con ogni probabilità, al suo aspetto, che differiva completamente da quello dei suoi osservatori. Loro erano uomini del deserto: capelli neri tagliati corti, volti abbronzati e segnati dal vento, corpi piccoli e robusti vestiti con ampie tuniche leggere adatte al clima torrido. Lui, invece, portava i lunghi capelli neri raccolti in una lunga coda di cavallo che gli arrivava quasi alle scapole, la sua pelle era chiara e a malapena segnata da segni sottili che erano dovuti all’espressività del volto e il suo fisico era alto e slanciato. I suoi vestiti consistevano in un paio di calzoni di stoffa scura, un’ampia camicia di lino bianco, leggermente aperta a mostrare il petto glabro, e un elaborato collare d’oro che gli cingeva il collo.

Gli occhi che lo fissavano erano neri o castano scuro; i suoi occhi, impegnati ad ammirare il piccolo agglomerato di casette bianche di calce ai lati della polverosa strada di terra battuta, erano invece di un colore grigio chiaro con una serie di pagliuzze argentate. Occhi che, con tutta probabilità, quella piccola comunità non aveva mai visto prima d’ora.

“Tranne forse in un raro caso a loro molto vicino” pensò il giovane con un sorriso triste.

Ma sai almeno dove cercare? Cosa ti hanno detto di preciso i veggenti?

Il giovane sospirò e passò una mano sullo strumento che portava appeso alla cintura, rassicurando la voce che sì, sapeva dove doveva cercare, e che i veggenti gli avevano dato in risposta solo il nome di quel villaggio. Il resto lo avrebbe trovato da solo seguendo il suo cuore.

Proprio in quel momento i suoi occhi si posarono sulla porta di una casa, una sottile tavola di legno scuro del tutto simile alle altre, ma il suo cuore gli disse che lì dentro c’era la persona che era venuto a cercare.

Bussò alla porta. Ad aprirgli venne una ragazzina di dieci, undici anni che gli chiese intimorita chi fosse restando a mezzo nascosta dietro allo stipite. Il giovane scrutò per qualche istante il volto che aveva di fronte: i lunghi capelli neri scarmigliati, le sottili sopracciglia delicatamente arcuate, la pelle scura e liscia di un fiore pronto a sbocciare, le labbra sottili atteggiate in un accenno di innocente sorriso e i lineamenti mediorientali; tutto questo parlava al giovane del deserto e dei suoi popoli.

“Ma non gli occhi” pensò osservando quei grandi occhi color grigio chiaro con sottili pagliuzze

d’argento, occhi che non erano del deserto, bensì erano i SUOI occhi.

“Questi occhi appartengono alla mia famiglia, non posso sbagliarmi, l’ho trovata.”

Il giovane aprì la bocca per presentarsi, ma la sua presentazione fu bruscamente troncata sul nascere da una voce cupa e raspante che eruppe nel bizzarro grido di rimprovero: -FATIMA!-

La bambina, che a quanto pareva portava quel nome, si voltò con lo straniero in una sincronia così perfetta che pareva quasi avessero provato tale scena migliaia di volte.

La voce apparteneva a un uomo che stava giungendo dalla strada polverosa. La sua età si avvicinava alla cinquantina, il fisico era basso e pesante, ricoperto da una leggera tunica grigio sporco molto consunta e rattoppata in più punti, il volto era accigliato e scuro, i folti baffi e i capelli ricci più neri della notte stessa. Dietro di lui veniva un altro uomo, questo alto ed emaciato e vestito con una ricercata tunica color rosso scuro, che lo seguiva con una strana andatura ciondolante osservando la scena in modo quasi distaccato con i freddi occhi neri che campeggiavano in un volto asciutto e inespressivo posto sotto all’ampia fronte del cranio rasato con cura.

Mentre l’uomo si avvicinava minaccioso, sul volto della bambina apparve un’espressione di intenso timore che impietosì lo straniero, ma questi non ebbe il tempo di fare alcunché perché l’uomo era ormai giunto di fronte alla casa e aveva iniziato a tuonare:

-FATIMA! MALEDETTA SVERGOGNATA! Come ti salta in mente di fare una cosa simile? Me ne vado giusto un breve momento e tu ne approfitti per incontrarti con un UOMO? E per di più un forestiero? Non ti rendi conto che offesa porti al mio onore? Meriti una punizione!-

Mentre il suo braccio si stava levando per far seguire i fatti alle minacce il suo compagno si protese di scatto e, afferratolo al polso con cui stava per colpire la terrorizzata fanciulla, mormorò gelido:

-Aspetta un momento, Iussef. È vero che è tua figlia, ma non dimenticare che abbiamo siglato il contratto di matrimonio, perciò ora lei appartiene a me…-

Mentre Iussef sbiancava in volto, iniziando a mormorare parole di scusa, e lo straniero sgranava gli occhi dallo stupore, Fatima, dopo un breve sussulto di stupore, corse a precipizio dal padre e, afferratene le vesti, iniziò a implorare:

-NO! Ti prego, padre, no! Non darmi in sposa a Joran lo stregone. Ti prego…-

Nonostante le suppliche della figlia quello si limitò a strapparle dalle mani la stoffa del suo abito e a dire chiaro e tondo che ormai era cosa fatta.

Da parte sua l’uomo chiamato Joran si era nuovamente ritirato in silenzio osservando la scena, e il giovane corpo della sua futura sposa, con il sogghigno ironico di chi crede di avere sempre la vittoria dalla sua.

E ora che facciamo? La situazione sta precipitando, mi pare…

-Scusate.-

L’intromissione, per quanto cortese, dello straniero fece voltare verso di lui i due uomini e Fatima, che nonostante le lacrime lo fissava con la curiosità tipica dei bambini.

-Che vuoi, straniero?- chiese il padre della bambina con tono sospettoso.

Dopo un breve sorriso di incoraggiamento alla piccola, quello rispose fissando l’altro uomo negli occhi:

-Non ho potuto fare a meno di notare che la piccola non sembra felice della proposta di matrimonio. So di essere solo un forestiero di passaggio, ma potrei sapere con quale diritto lei pretende di darla in sposa?-

Attento… Stai giocando a un gioco pericoloso…

-Diritto?!- replicò l’altro imporporandosi istantaneamente e alzando la voce incollerito, -Posso per il semplice fatto che sono suo PADRE! Invece di protestare questa piccola sfacciata dovrebbe solo ringraziarmi di averle trovato marito!-

-Capisco… E la madre è d’accordo?-

-Mia moglie è morta, straniero. Ancora non capisco che interesse hai in tutta questa faccenda; vuoi forse chiederla in moglie tu?-

A questa battuta lo straniero lo folgorò con un solo sguardo prima di rispondere in un tono simile a quello di un tuono che preannunciava una tempesta:

-Ne ho interesse in quanto, dopo la morte della madre, io sono ora il suo parente più prossimo e, pertanto, il suo tutore.- poi, rivolgendosi alla bambina che lo guardava con un’espressione stupita e confusa, disse con un sorriso dolce: -Fatima: allontanati da quell’uomo e vieni ad abbracciare tuo zio.-

Il silenzio che seguì tali parole ebbe un che di comico: Fatima sbatté un paio di volte le folte ciglia e fece per fare un passo verso il misterioso forestiero, ma si fermò incerta; Iussef lo fissò con la bocca spalancata e il volto ora livido dal terrore e dall’imbarazzo; l’unico che ebbe una reazione fu Joran che, inarcando leggermente un sopracciglio, chiese:

-Iussef: si può sapere che diavolo sta dicendo quest’ uomo?-

L’interpellato aprì e richiuse la bocca un paio di volte senza riuscire a spiccicare parola, perciò in suo aiuto venne lo stesso forestiero che illustrò la situazione:

-Sto semplicemente dicendo che costui non può vantare nessun diritto su Fatima in quanto non è suo padre. La bambina è frutto dell’amore tra sua moglie e mio fratello, giunto in questo villaggio dodici anni or sono e purtroppo deceduto venti giorni addietro. Secondo le sue ultime volontà e la legge del mio paese, io sono venuto a informare la sua unica figlia e sua madre del suo decesso e a portare loro l’eredità. Dato però che anche la madre è deceduta io, in quanto unico zio da parte di padre e pertanto parente più prossimo, devo prendere con me mia nipote e portarla nella casa paterna. Questa è la legge delle terre del nord.-

I due uomini lo fissarono in modo vacuo, ma a queste parole nello sguardo della bambina si accese un bagliore di comprensione. Fissando alternativamente lo sconosciuto e quello che credeva suo padre a un tratto parve prendere una decisione e stava per muovere un passo quando Iussef le calò una mano sulla spalla ed esplose:

-NON MI INTERESSA SE È MIA FIGLIA NATURALE O MENO: IO L’HO ALLEVATA, IO LE HO DATO UNA CASA E IO DECIDO A CHI DARLA IN MOGLIE!-

Mentre il silenzio faceva seguito a questo sfogo, la voce parlò nuovamente e chiese:

Ma perché tanta ostinazione? Secondo ciò che so di questi popoli dare in sposa una figlia comporta un gran dispendio di denaro. Nel reclamarla come nostra parente credo che gli faremmo risparmiare parecchio, allora perché non vuole liberarsene?

-Ne so quanto te.- replicò a mezza voce il forestiero, -A meno che…-

I suoi occhi si posarono su Joran che, durante la discussione, aveva osservato il tutto con i grandi occhi inespressivi. Anche ora questi erano fissi su Fatima, ma in essi non si poteva vedere nulla, tranne forse un leggero riflesso di lascivo desiderio.

Intuendo quale era la chiave di questo mistero, lo straniero chiese all’improvviso:

-Mastro Joran: quanto avete pagato per avere Fatima in sposa?-

L’interpellato si voltò verso di lui, a malapena sorpreso da tale affermazione, e rispose con voce piatta:

-Non più di quanto avrei pagato un’altra serva: cento pezzi d’oro. Ma tu dovresti capire, straniero, è necessario che io abbia una consorte legittima, perché nessun uomo non sposato riuscirà mai ad assurgere alle posizioni di prestigio in questa società. Inoltre,- aggiunse tornando a fissare la bambina,- una concubina in più non fa mai male…-

Maledetti sciacalli…

-Va bene, basta così. Ho sentito anche troppo.-

Dopo aver pronunciato tali parole lo straniero prese lo strumento che portava alla cintura, una splendida arpa costruita con uno strano legno argentato e dotata di sottilissime corde che rilucevano con bagliori dorati, se la portò alla spalla e, dopo aver chiuso gli occhi, iniziò a suonare e a cantare con una voce dolce e ricca di toni e inflessioni musicali.

Nell’ascoltarlo Fatima scoprì che, nonostante le parole fossero pronunciate nel linguaggio del nord a lei sconosciuto, il loro significato le entrava nel cuore trasmettendole una profonda sensazione di malinconia.

Lo straniero cantò di terre lontane: di valli profonde in cui crescevano immense foreste; di alte montagne che svettavano verso le stelle con le cime ricoperte da candida neve; di impetuosi torrenti che ridevano incessantemente nella loro folle corsa verso il grande fiume; ma soprattutto parlò di casa, non un freddo insieme di mura dove si viveva nell’attesa di qualcosa compiendo gli stessi gesti ogni giorno, ma un luogo caldo e ospitale in cui chi vi abitava poteva trovare la pace del corpo e del cuore. Tutto ciò toccava il cuore della bambina ed evocava nella sua mente una figura a lei sconosciuta, un uomo che le carezzava dolcemente i capelli, qualcuno che l’aveva amata dal profondo del suo cuore anche senza averla mai vista.

Mentre la sensazione di avere il suo vero padre vicino a sé la assaliva colmandole gli occhi di lacrime, Fatima non si accorse che Iussef e Joran fissavano lo straniero con la bocca aperta e gli occhi inespressivi. Solo quando la melodia finì e lei mosse un passo verso suo zio si accorse che l’uomo che aveva chiamato padre non la tratteneva più e, voltatasi, scoprì che i due uomini e parecchie altre persone del villaggio parevano essersi imbambolate.

Nel notare il suo stupore il musico esplose in una fragorosa risata e, posatole una mano sulla spalla in maniera affettuosa, le disse:

-Non ti preoccupare, resteranno incantati ancora per parecchi minuti, poi si risveglieranno chiedendosi che diavolo sia successo e dove diavolo siamo finiti nel frattempo.-

A meno che tu non rimanga qui a pavoneggiarti come tuo solito perdendo questi minuti preziosi. Vogliamo sbrigarci, per favore?

-Che c’è, Lunargento?- chiese l’altro scoppiando nuovamente a ridere, -Sei nervosa, amica mia?-

Non dire assurdità! replicò la voce stizzita, Non sono nervosa, William, ho solo nostalgia di casa e la canzone che hai suonato certo non mi aiuta!

Fatima ascoltò questo scambio di battute guardandosi costantemente attorno per cercare di capire da dove provenisse l’altra voce.

Dopo aver appurato che quella voce non proveniva da nessuna persona presente lì vicino fissò l’alto uomo con gli occhi sgranati dal timore e sussurrò:

-Tu… Tu parli con gli efreeti! Tu sei uno stregone!-

A queste parole gli occhi dell’uomo si spalancarono di stupore, poi, con un guizzo di comprensione, scoppiò nuovamente in una risata fragorosa ed esclamò:

-Ma certo! Nelle tue vene scorre il sangue di mio fratello, è logico che tu possa sentire Lunargento. No, non preoccuparti.- aggiunse poi tornando a guardarla e arruffandole i capelli neri con un gesto d’affetto, -Non sono uno stregone e non so parlare con i tuoi spiriti dell’aria. Ora muoviamoci, il mio incanto non durerà ancora a lungo. Dobbiamo allontanarci prima che questi due si riprendano.-

(continua…)

Fera, il ritorno della Bestia

Posted On 20 novembre 2013

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Buongiorno a tutti!

ok, in effetti ho citato spesso il libro Fera in questo blog, ma chi ci capita per caso forse non sa di cosa si tratta…

Spendo perciò qualche riga per fare un breve riassunto.

Fera, il ritorno della Bestia, è il mio primo romanzo edito. E’ stato pubblicato dalla casa editrice Giovane Holden edizioni di Viareggio dopo che ho vinto la sesta edizione del premio letterario Giovane Holden organizzato dalla stessa. Il libro è frutto di due anni di scrittura, scrittura quanto mai frammentata a causa dei mille impegni e di alcuni momenti di crisi in cui mi chiedevo: “Ok, e adesso?”; ma alla fine l’opera è venuta alla luce ed ora è a disposizione di tutti!

In sé sta riscuotendo molto successo: tutti quelli che l’hanno letto hanno detto che è un bel romanzo e qualcuno mi ha odiato perché l’ho “costretto” a leggerlo tutto d’un fiato a causa della trama avvincente.

Veniamo dunque alla trama!

Il libro racconta di Daniele, adolescente dei giorni nostri, tormentato da una difficile situazione familiare, da un amore non corrisposto e anzi deriso e da rapporti sempre tesi con gli amici in generale e con Serena, la sua migliore amica, in particolare. Mentre lui vorrebbe solo isolarsi e trovare un po’ di quiete, il fato lo trascina ad Amburgo, con la scusa della gita di quinta liceo, e in particolare al cospetto della bella e misteriosa Sheila: un’attraente spogliarellista che lo invita ad aiutarla in una caccia alla Bestia.

Bestia che, si scoprirà, essere uno spirito millenario, generato dalla rabbia degli esseri umani, che per tornare a dormire è costretto a uccidere e terrorizzare…

Daniele dovrà quindi affrontare non solo la Bestia, ma anche il suo lato “oscuro”, la rabbia che si porta dentro a torto o ragione.

Un cammino di crescita personale, dunque, che lo porterà ad assumersi le proprie responsabilità di uomo e a capire come, spesso, la realtà non è sempre ciò che appare…

Non aggiungo altro, lascio che la curiosità di sapere come va a finire la storia vi porti a cercare il libro e a leggerlo tutto d’un fiato!

Se poi vorrete discuterne con me… Cercatemi e mi troverete!

Alla prossima!

Mario

Garou, prologo

Posted On 12 novembre 2013

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Eric Darkwood stava scrutando la serie di cifre che scorrevano sullo schermo del computer, ma in realtà la sua mente era concentrata altrove.

Probabilmente una parte di sé, una parte che lui aveva scoperto e portato alla luce con pazienza e dedizione nel corso degli anni, sapeva che poco importava la vera natura di quelle cifre, anche se si trattavano degli scambi azionari delle compagnie più potenti degli Stati Uniti d’America. No, quella parte di lui che era nascosta a tutti, esclusa la piccola cerchia dei suoi soci e dei suoi diretti sottoposti, sapeva che, anche in caso di problemi immediati, sarebbe bastato un suo intervento diretto per risolvere qualunque tipo di problema.

Riguardo all’altro problema, invece, quello che ora lo affliggeva…

Dannazione! esplose mentalmente, senza che all’esterno trapelasse qualsiasi segno della sua esasperazione, Che casino che hai combinato, Helena!

Eric Darkwood era un uomo di successo. Era il presidente di una fiorente ditta finanziaria a cui diverse società molto influenti si appoggiavano per investire i loro abbondanti capitali e ottenerne sempre di più. Eric e i suoi soci si limitavano a scegliere la strategia di investimento migliore; ad assicurarsi che nulla minacciasse i capitali dei loro clienti; a godere di una percentuale sul capitale guadagnato e ad eliminare qualsiasi ostacolo si frapponesse tra loro e i loro obbiettivi. Grazie al segreto condiviso da lui e dagli altri suoi soci, all’età di soli venticinque anni aveva ottenuto fama, gloria e ricchezze oltre ogni altro sogno.

Ma…

Purtroppo, come in ogni favola c’era uno stramaledetto ma!

Il suo problema era quella sconsiderata di Helena Darkwood, sua sorella minore. Quando i loro genitori erano morti, lasciandoli soli e in cattive acque finanziarie, Eric aveva preso in mano le redini della famiglia e, mentre Helena completava la sua istruzione in costosi college privati, lui aveva nuotato in acque infestate dagli squali facendosi largo con le zanne e con gli artigli per farsi un nome e una posizione.

Spesso, in maniera molto letterale…

Quando due anni prima Helena lo aveva raggiunto nella sede operativa di Los Angeles, Eric aveva creduto di aver ottenuto un altro successo. Helena era infatti una ragazza seria e posata, spregiudicatamente attraente e dotata di un’intelligenza acuta e versatile.

Spinto dall’euforia, Eric l’aveva messa a parte del suo segreto, un segreto che lei stessa aveva abbracciato e che aveva fatto suo in un tempo spaventosamente breve, a ben ripensarci…

Tutto pareva andare per il meglio: Eric stava pensando di combinare il matrimonio di sua sorella con uno dei maggiori azionisti del loro miglior cliente, un altro modo per incrementare il potere decisionale e il fatturato dell’azienda, quando tutto era precipitato…

Helena era sparita per quasi due settimane senza dire nulla. Quando era tornata era cambiata, era divenuta cupa e taciturna. A nulla erano valse le domande e le minacce di suo fratello: lei aveva mostrato una forza interiore fino ad allora sconosciuta e si era categoricamente rifiutata di dire dove fosse stata.

La cosa avrebbe potuto finire lì, ma poi Eric aveva scoperto che la sorella era incinta ed era scoppiato il finimondo.

Tutti i progetti del matrimonio erano andati in fumo; Helena si rifiutava di dire chi fosse il padre del bastardo che portava in grembo e, al solo parlare di aborto, era divenuta una furia incontrollabile, che aveva indotto Eric a prometterle che le avrebbe fatto portare a termine la gravidanza.

E tra breve portò vedere il piccolo bastardo che faccia ha,. pensò mestamente, Sempre ammettendo che riesca a sopravvivere…

L’ultimo mese di gravidanza non era stato facile. Helena aveva avuto diverse crisi anemiche e aveva rischiato un parto prematuro. I medici l’avevano stabilizzata, ma ormai era sempre più debole e non poteva più alzarsi dal suo letto della clinica privata…

Un trillo improvviso lo strappò dai suoi pensieri.

Attivò l’interfono, ma, con un senso di premonizione, sentiva di sapere già di cosa si trattava…

L’immagine sullo schermo gli confermò subito il suo primo sospetto: il viso era quello sottile e imperscrutabile di Henrique, il suo braccio destro, che aveva incaricato di sorvegliare la sorella.

“Capo…” la voce di Henrique era solitamente bassa, quasi priva di inflessioni, ma stavolta Eric riuscì a percepire una nota di preoccupazione, che quasi gli anticipò le sue parole successive:

“Purtroppo ho brutte notizie: Helena è morta durante il parto.”

Nonostante si fosse votato anima e corpo al successo, nonostante tutto quello che aveva pensato della sorella, la notizia della sua morte gli fece male: il dolore sordo che afferra il cuore alla morte del sangue del tuo sangue.

Cercando di ricacciare indietro le lacrime, almeno temporaneamente, e di prendere tempo per decidere cosa fare, chiese:

“Il bambino?”

“Un maschio.” commentò l’altro uomo, “Vivo e sano come un pesce, ma…”

“Ok, avvia le pratiche per darlo in adozione. Non voglio spendere i miei soldi per un bastardo, anche se è mio nipote.”

“Capo, c’è una cosa che…”

“No, Henrique, non mi interessa. Non voglio nemmeno sapere dove andrà. Non lo uccido con le mie mani perché l’ho giurato a mia sorella, ma non voglio nemmeno vederlo, chiaro?”

“Capo, il pupo ha mutato.”

Le ultime parole caddero in un silenzio incredulo, poi Eric esplose:

CHE COSA!? Non è possibile… Sei sicuro…?”

“L’ho visto con questi occhi, capo.” confermò Henrique, “Un minuto prima era un bel pupo roseo e urlante, un momento dopo era diventato un mostriciattolo tutto e artigli e pelliccia. Una pelliccia nera, come la tua e quella di tua sorella.”

Eric osservò a lungo il volto del suo subordinato: la carnagione olivastra che sembrava scolpita nella pietra, i lunghi baffi neri a manubrio e le folte sopracciglia che gli davano un’espressione perennemente accigliata, gli occhi di ossidiana, freddi e impassibili nonostante tutto quello a cui avevano assistito… No, quello non era il volto di qualcuno a cui piacesse scherzare.

Ma allora…

Non è possibile. La muta non può avvenire prima di un rituale e so per certo che Helena non ne ha fatto nessuno per suo figlio… Non so neppure se ne esiste uno per i bambini non ancora nati! Ma allora… L’unica spiegazione è che quel piccolo bastardo sia un alfa! Non è possibile… O no?

Rendendosi conto che ora doveva agire in fretta, ordinò al suo sottoposto:

“Cambio di programma: portamelo qui. Il dottore e le infermiere che hanno assistito…”

“Li ho già sistemati.- gli confermò Henrique, -Del cadavere di tua sorella che facciamo?”

“Fa’ in modo che sia preparata per la sepoltura. Passerai poi dalla chiesa a parlare con il sacerdote. La cosa importante è che voglio qui il bambino. Subito!”

Henrique fece un cenno affermativo e chiuse la comunicazione.

Rimasto solo con i suoi pensieri, Eric passò in rassegna ogni possibilità, dimentico persino dei dati che continuavano a scorrere sul suo computer.

Alla fine, con un sospiro, si convinse che c’era un’unica spiegazione plausibile.

C’è un solo tipo di creatura in grado di mutare forma subito dopo la nascita…

Suo nipote era un Lupo Mannaro Alfa.

 

 

Ritrovarsi

Posted On 1 aprile 2013

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Il vento freddo spazzava il vasto ambiente della steppa, flagellando i radi cespugli e sollevando la fine polvere che ricopriva il suolo. I cavalli avanzavano lentamente tenendo la testa china per la fatica, ogni passo portato con estremo sforzo e i respiri che risuonavano rumorosamente nel silenzio della distesa desolata.

La piccola carovana avanzava da prima dell’alba e, tolta una breve pausa per abbeverare i cavalli a uno dei rari torrenti, non si era mai fermata un momento.

Althea si spostò per l’ennesima volta sulla sella alla ricerca di una posizione comoda.

Non era abituata a cavalcare così a lungo, nonostante fossero ormai in viaggio da poco più di una settimana, e il suo fondoschiena non si era ancora abituato al duro cuoio della sella, così ogni notte lo sentiva rigido e intorpidito.

Mentre era intenta a cercare di alleviare le sue sofferenze vide uno degli Ahooga, i piccoli uomini delle pianure settentrionali che avevano ingaggiato come scorta durante la traversata della steppa, avvicinare il suo pony al grande baio di Garm e iniziare a discutere nella svelta lingua dei popoli del nord.

Il grande guerriero disse qualcosa in maniera secca e l’altro uomo se ne andò sbuffando.

Incuriosita, la donna raggiunse la sua guardia del corpo e gli chiese cosa fosse successo.

-Mi ha chiesto di fermarci qui per accamparci.- rispose l’altro cupo, -Gli ho risposto che andremo avanti finché ci sarà abbastanza luce.

-Garm…- replicò l’altra in tono conciliante, -Non ti dimenticare che loro sono cresciuti in questo posto desolato e che conoscono i limiti loro e dei loro pony molto bene. Forse sarebbe bene dar loro retta e fermarci qui per stanotte…

-Mi dispiace, mia signora, ma preferisco lasciarmi alle spalle questa terra dimenticata dagli dèi prima possibile.

-Ti vedo nervoso, guerriero. C’è forse qualcosa che ti preoccupa?

Il fatto che l’altro non le desse subito una risposta la mise inizialmente in allarme, ma quando lui le spiegò che in quella steppa si aggirava una grossa banda di fuorilegge, scoppiò a ridere e gli chiese in tono ironico:

-E da quando uno dei più grandi spadaccini dell’ovest ha paura di un gruppo di sbandati che depredano i viandanti?

-Non sono un gruppo disorganizzato.- ribatté con tono piatto il guerriero, -Sono molto, molto ben organizzati e, a quanto si vocifera, il loro capo pare sia uno stregone dagli immensi poteri.

-Oh, andiamo Garm! Quanti sedicenti stregoni abbiamo incontrato sul nostro cammino? E quanti di essi avevano veramente poteri occulti? Sai bene anche tu che, fatta eccezione per le tecniche di guarigione mistica di noi sacerdotesse, la magia è una cosa molto rara. Inoltre,- aggiunse con tono di sfida, -mi vorresti dire perché quei briganti dovrebbero attaccare un gruppo piccolo e ben armato come il nostro quando, poco più a sud, c’è un continuo traffico di carovane cariche di merci preziose e spesso poco protette?

L’uomo fissò per parecchi istanti l’orizzonte, dandole il tempo di studiarne le emozioni.

Garm era un colosso alto poco meno di due metri, dalle spalle ampie e dotato di una muscolatura possente che guizzava irrequieta sotto alla leggera tunica grigia ricoperta da una cotta di maglia color acciaio spento. Il volto era abbronzato e i biondi capelli a spazzola schiariti dalla vita all’aria aperta. La sua espressione era cupa, con le sopracciglia sempre contratte sul grande naso aquilino, a nascondere parzialmente i piccoli occhi azzurro chiaro, e la bocca tirata in una leggera smorfia appena visibile nel breve spazio visibile tra i folti baffi e la corta barba. Sulla schiena portava legata una grande spada con l’elsa sagomata come le fauci spalancate di un drago e in ognuno dei pesanti stivali di cuoio teneva un lungo coltello da lancio perfettamente pulito e pronto all’uso.

Al solo vederlo si sarebbe detto che fosse pronto ad affrontare qualsiasi cosa, ma Althea lo conosceva da abbastanza tempo da capire che qualcosa lo tormentava.

-Il fatto è…- rispose quello infine, -Che a quanto ho sentito questo stregone è sempre alla ricerca di donne per i suoi rituali. Donne con i capelli rossi…

La sacerdotessa sobbalzò leggermente e si portò istintivamente una mano a sfiorare una delle sottili ciocche di capelli color del rame che sfuggivano al di fuori dell’ampio cappuccio.

Le donne con i capelli rossi erano una rarità in quelle terre e, se si aggiungeva che il colore dei suoi occhi era un verde intenso simile al colore degli smeraldi… Beh, questo la rendeva letteralmente UNICA.

Certo, nessuno le aveva mai nascosto che lei fosse bella, con il suo corpo alto, snello, dalle curve forse un po’ troppo generose sotto all’ampia veste bianca delle sacerdotesse, il viso dall’espressione dolce e quella piccola spruzzata di lentiggini che le davano l’aria di una bambina, ma fino a che non era stata condotta di fronte al consiglio delle Madri, l’organo che governava il rigido sistema a caste delle sacerdotesse, non aveva capito quanto fosse diversa dalle altre giovani donne.

I capelli rossi e gli occhi verdi erano i tratti distintivi di Hesai, la dea della natura, e il fatto che lei li possedesse entrambi, cosa che rappresentava molto probabilmente un caso unico al mondo, unito a un’insolita predisposizione per l’utilizzo della forza guaritrice la rendeva molto vicino a essere considerata una reincarnazione della stessa dea.

Forse questo stregone aveva qualche collegamento con il culto di Hesai…

Le sue riflessioni furono interrotte da improvvise grida di sorpresa e dolore provenienti dal fondo della carovana.

Voltandosi di scatto, lei e Garm si accorsero che una ventina di uomini a cavallo armati con archi e sciabole era apparso a pochi metri da loro lanciando alte grida di sfida.

Il guerriero proruppe in una sonora imprecazione, poi liberò la spada preparandosi al combattimento dato che fuggire era ormai impossibile.

Trovandosi circondata dalla scorta di Ahooga, Althea sentì mormorare frasi riguardo a stregonerie e improvvise apparizioni dal nulla, ma mentre curava una ferita da freccia notò che i cavalli dei loro aggressori erano ricoperti di un sottile strato di terra.

Capì che, con ogni probabilità, i predoni si erano nascosti in un piccolo avvallamento coperto dai cespugli in attesa della loro preda, trattenendo a terra i cavalli per non farsi scoprire, e che erano scattati all’inseguimento non appena erano stati superati.

I banditi li circondarono e ingaggiarono subito un feroce combattimento serrato, contando forse sull’impatto numerico per una vittoria rapida e facile, ma il solo Garm valeva dieci di loro, perciò lo scontro si calmò dopo alcune brevi schermaglie assestandosi in uno stallo precario.

I fuorilegge circondarono il piccolo gruppo per bloccare ogni tentativo di fuga e cercare un punto dove attaccare per penetrarne le difese.

La carovana si dispose a circolo attorno a Althea, che era il vero motivo per cui si erano messi in marcia, e sguainò le armi aspettando pazientemente l’attimo per spezzare l’assedio e darsi alla fuga il più velocemente possibile.

Ad un tratto un acuto nitrito risuonò nel vasto ambiente desertico e tutti quanti si voltarono allo stesso momento per scoprire che l’origine del suono era un punto nero all’orizzonte che si stava avvicinando a gran velocità.

A quell’apparizione i briganti sorrisero e gridarono esultanti riprendendo coraggio, mentre gli Ahooga sbiancarono in volto e presero a mormorare e a fare gesti di scongiuro.

Garm imprecò nuovamente e spiegò alla sacerdotessa che quello che stava arrivando doveva essere lo stregone a capo del gruppo di predoni.

Il cavaliere li raggiunse in pochi minuti e, nel vederlo, Althea sgranò gli occhi dallo stupore.

Sopra di un possente stallone nero come la notte stava un uomo alto e magro, completamente avvolto in ampie vesti nere che fluttuavano nel gelido vento del nord e il cui volto era coperto da un velo che lasciava libero solo uno stretto scorcio del volto, in cui si poteva intravedere il luccichio di due occhi nelle profonde ombre dell’ampio cappuccio che gli copriva il capo.

Nel vederlo la sacerdotessa poteva quasi credere che fosse uno stregone autentico, perché a differenza dei vari ciarlatani che aveva incontrato non ostentava inutilmente simboli arcani o vestiti strani ed elaborati, anzi i suoi vestiti erano semplici e pratici, ma attorno alla sua figura pareva guizzare una strana energia che sembrava accrescere le già imponenti dimensioni del misterioso individuo.

Dopo aver arrestato il cavallo ai limiti dell’accerchiamento e aver brevemente conferito con uno dei suoi uomini, lo stregone si voltò verso di loro e, con voce bassa, cupa, ma stranamente musicale, intimò:

-Commercianti: non c’è bisogno di combattere e spargere inutilmente sangue. Lasciate qui una parte della vostra mercanzia come dazio per il passaggio nel nostro territorio e sarete liberi di proseguire.

Garm sbuffò stizzito e, con la sua profonda voce tenorile, replicò:

-Non abbiamo nessuna mercanzia da darvi! Questo è un territorio libero e voi non potete accamparvi nessun diritto!

-Ah no?- replicò l’uomo in nero con un tono ironico, -A giudicare dalla spada che tieni in mano tu provieni dalle terre dell’ovest, cosa vuoi saperne delle steppe del nord? Inoltre:- aggiunse poi con una sfumatura di interesse nella voce, -se non siete in viaggio con degli oggetti preziosi perché una scorta così ben organizzata? Le vostre reazioni vi tradiscono, dovete per forza avere qualcosa di prezioso a giustificare tanta cautela…

Mentre il guerriero ribatteva che non erano affari suoi, Althea sentì lo sguardo dell’altro posarsi su di lei e restarvi per un lungo periodo.

Osservandolo di sfuggita da sotto il lembo del cappuccio vide gli occhi del bandito accendersi d’interesse mentre mormorava:

-Ahhh… ECCO il tesoro che portate.- poi, tornando a rivolgersi a Garm, riprese: -Guerriero, voglio farti una proposta: lasciate qui la donna e sarete liberi di proseguire.

Fissandolo con aria truce, l’altro rispose che per averla avrebbe dovuto passare sul suo cadavere.

Il brigante sospirò e concluse: -Allora non ci resta che batterci.

Diede un paio di ordini agli altri banditi, che arretrarono fino a lasciare spazio sufficiente per un combattimento, smontò da cavallo ed estrasse lentamente dal fodero appeso alla sella una lunga spada leggermente ricurva, facendo poi un gesto d’invito con la mano libera.

Negli occhi di Garm bruciava il desiderio della sfida, ma anche quello del timore per ciò che è soprannaturale, perciò protestò:

-Non mi batto con uno che può uccidermi con una semplice parola! Non è uno scontro equo!

-Se potessi ucciderti con una sola parola, guerriero, non perderei certo tempo a combattere, ma ti toglierei la vita e poi prenderei la signora con tutta calma.

Il tono era serio, ma alla sacerdotessa pareva di immaginare un sorriso sotto al velo nero.

-Io sono un uomo d’onore. – riprese poi, – Non nascondo di possedere certi “poteri”, ma ti prometto che non li userò durante questo scontro. Ci affronteremo uno contro uno usando solo l’abilità con le armi e il vincitore deciderà cosa fare della donna. Se dovessi infrangere questa mia promessa i tuoi uomini saranno liberi di attaccarmi e di uccidermi, i miei non muoveranno un dito per impedirlo.- guardò gli altri fuorilegge che, riluttanti, annuirono uno dopo l’altro, poi proseguì: -Allora: accetti la mia sfida?

Lo sfidato mormorò qualcosa tra i denti e fece per smontare da cavallo.

Althea cercò di bloccarlo dicendogli che doveva esserci un altro modo, ma quello la tranquillizzò con un mezzo sorriso dicendole che era impossibile che un arrogante predone fosse più abile di uno spadaccino dell’ovest nell’arte spada.

Si posizionarono uno di fronte all’altro, le lame sollevate in posizione di guardia, e iniziarono a girare lentamente in circolo. Fecero un paio di finte, le spade si incrociarono due o tre volte con piccole esplosioni di scintille. Entrambi stavano valutando l’avversario, cercando di analizzarne forza, tecnica e punti deboli.

Quando diedero inizio allo scontro vero e proprio lo fecero scattando all’attacco nello stesso istante.

Le armi presero a scontrarsi violentemente, emettendo piogge di scintille e profondi suoni armonici così ravvicinati da fondersi in un unico suono. I corpi si muovevano velocemente, avanzando, scartando, torcendosi per cercare un varco nelle difese del nemico. Nessuno dei due parlava, ma l’aria era comunque pervasa dal suono dell’acciaio contro l’acciaio e delle grida e degli incitamenti di quelli che osservavano il duello.

Althea, invece, non emetteva alcun suono preoccupata per l’evolversi degli eventi.

Garm aveva a suo favore la prestanza fisica e l’addestramento: la sua scherma era potente e precisa e ogni colpo che portava avrebbe agilmente tranciato a metà il tronco di una giovane quercia. Tuttavia il suo avversario, pur essendo un poco più basso e molto meno muscoloso, stava dimostrando un’agilità di movimenti e una rapidità di riflessi che avevano dell’incredibile. La sua tecnica non era precisa, ma aveva il vantaggio di essere imprevedibile, inoltre, anche se le sue braccia non avevano la stessa potenza di quelle del grosso spadaccino, in ogni suo colpo inseriva abbastanza nerbo da poter contrastare efficacemente i colpi dell’altro.

Improvvisamente la spada di Garm trovò un piccolo varco nel feroce vorticare delle lame, toccando di sfuggita la mano dello stregone e lasciandovi un taglio sottile.

Mentre i briganti esclamavano stupiti e gli Ahooga esultavano, l’uomo in nero interruppe lo scontro serrato facendo due passi indietro e, osservandosi la mano ferita, mormorò:

-Molto bene, guerriero. Il primo sangue è tuo. Ora però tocca a me…

Ripartì all’attacco. Stavolta i suoi attacchi furono ancora più veloci di prima e i movimenti della lama ricurva molto difficili da seguire. Garm si ritrovò presto chiuso in una strenua difesa, poi, con un basso ringhio di sfida, lo stregone aumentò ancora la velocità delle sue mosse e, pochi istanti più tardi, la grande spada del guerriero occidentale schizzò libera verso l’alto mente una serie di lunghi tagli sanguinanti si aprivano sulla sua pelle.

Althea, con un piccolo grido di paura, smontò subito da cavallo e si diresse verso la sua guardia del corpo distesa a terra, ma il capo dei banditi, ansimante e con la punta della spada contro il petto dell’avversario sconfitto, la bloccò afferrandola alla vita con il braccio libero e dichiarò con voce chiara:

-Ho vinto, guerriero. Ora la donna è mia.

Garm, con lacrime di rabbia che gli salivano agli occhi, lo supplicò di ucciderlo, ma l’altro si limitò a sbuffare e ordinò ai suoi uomini:

-Legateli tutti e conduceteli al rifugio. Io andrò avanti con la ragazza.

Althea fu sospinta verso il grande cavallo nero mentre i predoni gioivano della vittoria del loro comandante e iniziavano ad eseguire gli ordini.

Cercò di opporsi e di protestare, gridando che Garm aveva bisogno del suo aiuto, ma lo stregone la strinse ancora di più e ribatté:

-Non si preoccupi: è ferito più nell’orgoglio che nel corpo. Mi sono limitato ad “accarezzarlo”, tutte le ferite sono superficiali. E non deve temere: non sarà torto un capello né a lei né agli altri.

La issò sullo stallone, rinfoderò la sua arma e montò dietro di lei. La avvolse tra le braccia nel prendere le redini e, dando un leggero colpo coi talloni, spronò l’animale al galoppo.

La donna cercò di guardare un’ultima volta cosa stava accadendo, ma il cavallo era veloce come il vento e in poco tempo il gruppo di persone fu troppo distante per distinguere i dettagli.

Si voltò, decisa a non dare al suo rapitore la gioia di vedere il suo volto o di sentire la sua voce, ma l’altro restò in silenzio e concentrato sulla strada di fronte a loro, senza dare segni di voler iniziare una discussione.

Cavalcarono nella vasta steppa a gran velocità per parecchio tempo.

Mentre guardava l’ambiente desolato scorrere veloce ai lati del collo della cavalcatura, Althea iniziò a provare una strana sensazione di nostalgia. Il calore delle braccia che l’avvolgevano, il battere furioso del cuore dentro al petto a cui era appoggiata, la sensazione della ruvida stoffa nera che le sfiorava la pelle, l’odore del vento mischiato a quello della polvere, del sudore e del sangue, tutto quanto le ricordava qualcosa legata al suo passato, ma non riusciva a mettere a fuoco cosa fosse…

Improvvisamente si rese conto che l’altro stava ancora sanguinando.

Il taglio era sottile, ma per tenere le redini la pelle si era tesa allargandolo e facendo fuoriuscire un piccolo rivolo di sangue scarlatto.

Senza pensarci passò le dita sul taglio, focalizzandovi i propri poteri e rimarginando la piccola ferita in pochi momenti.

-Grazie.

Il breve ringraziamento dell’altro la fece infuriare con sé stessa: perché lo aveva guarito? E cos’era quella stupida sensazione di nostalgia?

Quello era un suo nemico: l’aveva rapita per chissà quale scopo e i soli sentimenti che avrebbe dovuto provare erano la rabbia e l’odio.

Mentre pensava queste cose, il cavallo rallentò la sua corsa a folle velocità e prese verso sinistra, in direzione di alcune basse colline.

Dietro di queste, di fronte allo sguardo stupito della sacerdotessa si aprì una profonda valle dalle pareti di roccia sul cui fondo erano visibili piccoli gruppi di abeti e altri alberi.

I due scesero a fondovalle e, dopo pochi minuti, giunsero in un grande spazio coperto di erba verde delimitato da grandi edifici costruiti con pietre e tronchi di legno. L’aria era umida a causa delle tre cascate che scendevano dalle alture circostanti a formare un piccolo lago, il loro rumore che si mischiava all’allegro vociare di uomini, donne e bambini intenti in una serie di faccende quotidiane del tutto simili a quelle di un qualunque villaggio.

Mentre la donna si guardava attorno con gli occhi sgranati lo stregone si diresse verso l’edificio più grande e imponente, che sembrava un vero e proprio palazzo.

Qui scese da cavallo, la aiutò a smontare e affidò l’animale a un ragazzino, che se ne andò dopo aver fatto un breve inchino.

Una volta superato il grande ingresso ad arco vennero raggiunti da un uomo anziano e da una donna di mezz’età che, dopo un breve inchino, dissero all’unisono:

-Bentornato, signore.-

Althea osservò i due per qualche istante:

L’uomo era magro, vestito con abiti color sabbia di buona qualità, i lunghi capelli grigio chiaro erano raccolti ordinatamente in una coda di cavallo e il volto ben rasato era calmo e pallido, così come le mani ben curate.

La donna era invece abbastanza abbondante, i fianchi larghi e molli, il petto prosperoso e l’addome prominente erano celati a malapena dall’aderente vestito di seta azzurra, il suo volto era bianco, felice e grassottello e la sacerdotessa si stupì nel notare che i lunghi capelli mossi, lasciati sciolti sulle spalle, erano di un rosso sbiadito.

Da una breve analisi si poteva intuire che quei due erano i servitori dello stregone, probabilmente i responsabili dell’intera servitù, perciò non restò stupita quando, dopo un breve cenno del capo, il suo rapitore iniziò a dare ordini.

Si sorprese comunque del tono tranquillo e cortese con cui quello li diede.

-Eron,- disse per prima cosa all’uomo, -puoi avvisare la cuoca di preparare la cena per due nel giardino? Grazie.- poi, rivolto alla donna: -Marissa, per favore: accompagna la nostra ospite nell’ala delle donne e fai in modo che possa lavarsi e cambiarsi. Poi conducila in giardino per la cena. Grazie. Io sarò nelle mie stanze, se c’è bisogno di me.

e detto questo, si voltò dirigendosi verso l’interno del palazzo.

La donna di nome Marissa la prese sottobraccio con un sorriso materno e la guidò in un’altra direzione.

Le due attraversarono alcuni lunghi corridoi, poi Althea si ritrovò in una vasta sala arredata lussuosamente con tappeti, divani e cuscini di ogni colore e al cui centro vi era una vasta polla d’acqua piena di petali di fiore da cui emanava un profumo fresco e dolce.

All’interno c’erano una dozzina di altre donne che andavano e venivano dalle numerose porte laterali, che leggevano o che semplicemente sedevano chiacchierando e ridendo.

Tutte quante, notò la giovane, avevano i capelli rossi.

La donna che l’aveva accompagnata fino a lì diede un paio di secchi comandi, e subito alcune delle altre donne si misero in movimento con brevi cenni del capo, mentre altre due ragazze poco più giovani di lei, vestite con abiti simili a quello portato dalla donna al suo fianco, si avvicinavano per prendere in consegna il suo mantello, i suoi stivali e la sua borsa da viaggio.

Mentre le due si allontanavano con ampi sorrisi parlottando tra di loro, Marissa le disse:

-Vieni tesoro: vedrai che un bel bagno caldo ti farà bene. Devi essere stanca morta dopo aver attraversato la steppa, hai un viso così sciupato…

-Davvero?- chiese inacidita, -E perché dovrei cambiarlo? Forse lui ci vuole tutte sorridenti?

La donna la fissò perplessa, così anche le altre che l’avevano sentita.

-Ma cosa stai dicendo, tesoro? Certo che il signore ci vuole tutte sorridenti…

-Oh certo! E suppongo che ci voglia anche felici, vero?

-Sì, certo…- replicò l’altra confusa, -Ma non capisco, tesoro, che problema…

-Che problema c’è?- concluse per lei la sacerdotessa, -C’è il problema che non so voi, ma io non accetterò mai di stare in un maledetto harem!

La sua esplosione fu accolta dal silenzio e da sguardi stupiti.

Ora tutte le attività erano cessate e tutte le presenti la stavano osservando dubbiose.

-Harem?- le chiese una donna alta dai profondi occhi blu, -Che intendi dire? Questo non è un harem…

-Ah no? E allora perché vi tiene prigioniere qui?

-Ma noi non siamo prigioniere.- esclamò una ragazzina seduta vicino alla polla, -Forse, in alcuni casi come il mio, lo eravamo un tempo, ma ora non lo siamo più.

Althea inarcò un sopracciglio, poi chiese:

-E allora perché vivete qui?

-Perché questa è la nostra casa, tesoro.- le rispose Marissa posandole delicatamente una mano sulla spalla, -Dove altro dovremmo vivere?

La sacerdotessa era confusa. Forse lo stregone le aveva incantate tutte quante? Eppure non le sembrava di percepire energia magica…

-Ma allora…- domandò cercando di scegliere le parole, -I briganti, i rapimenti di donne dai capelli rossi…

-Oh, quelli…

Marissa le sorrise, poi le spiegò che, effettivamente, fino a pochi anni prima quella valle era il covo di una banda di tagliagole, ma da quando il signore aveva battuto il vecchio capobanda e aveva assunto il comando le cose erano parecchie cambiate.

Il gruppo era formato principalmente da esuli ed esiliati, il signore aveva suggerito loro di fare della valle nascosta la loro nuova patria, così quelli avevano portato lì le loro famiglie creando una piccola comunità.

Avevano continuato sì a depredare le carovane, ma questo perché i ricchi mercanti che rapinavano erano gli stessi che li avevano ridotti in povertà e, in definitiva, i loro “prelievi” erano ben poca cosa rispetto a quello che facevano guadagnare ai mercanti tenendo l’area sgombra da altri gruppi di ladri molto più esigenti.

Per quanto riguardava i rapimenti di fanciulle con i capelli rossi… Quello era un desiderio particolare del signore, che a quanto sapevano stava cercando una ragazza dai capelli rossi in particolare, ma che non sapeva dove fosse.

-In genere,- proseguì la donna, -il signore fa portare qui tutte le ragazze dai capelli rossi, offre loro la cena e poi le lascia libere di andare o di restare. Noi abbiamo deciso di restare perché non avevamo altro posto o eravamo rimaste affascinate dalla sua personalità, e ora ci guadagniamo da vivere cucinando, rammendando, facendo lavori tipici da donne che possono tornare utili a una comunità prevalentemente maschile.

Il signore è stato così gentile da riservare un’intera ala del suo palazzo per noi donne, ma siamo libere di lasciarla quando vogliamo.

Althea era più confusa che mai. Che lei e Garm avessero veramente equivocato tutto?

-Quindi…- chiese esitante, -Quindi lui non pretende che voi…

Arrossì fino alla radice dei capelli, scatenando le risate delle altre donne, poi una giovane donna della sua stessa età le rispose:

-No! Anche se ad alcune di noi non dispiacerebbe affatto. Come uomo non è niente male!

-Ma in realtà pare che il suo cuore sia ormai perduto per questa donna misteriosa.- proseguì un’altra.

-Già,- annuì Marissa, -il signore è forse l’uomo più triste e dolce che io abbia mai conosciuto. A volte mi sembra un bambino, quando mi chiede se posso preparargli i miei dolcetti al miele.

-Sì, ogni tanto magari chiede la nostra compagnia.- le confidò la ragazzina, -Ma è sempre e solo per parlare con qualcuno, discutere magari di qualche argomento. È un uomo molto acculturato ed estremamente curioso su tutto…

-Oppure ci chiede se può recitarci una delle sue poesie.- intervenne un’altra entrata proprio in quel mentre, -Sono tutte dedicate al suo unico amore, ma quanto vorrei che fossero per me!

-È talmente tenero… Pensate che una volta mi ha chiesto se potevo abbracciarlo per qualche secondo e, quando l’ho fatto, per ringraziarmi mi ha dedicato alcuni versi così belli…

Tutte le presenti descrissero le loro bellissime esperienze, scoppiando a ridere di quando in quando nel ricordare alcuni buffi aneddoti e guardando spesso verso il centro della casa con occhi sognanti nel ripensare a quanto il signore aveva fatto per loro.

-Non ti devi preoccupare.- concluse alla fine Marissa guardandola dritta negli occhi: -Il signore non ti farà del male e non ti costringerà a fare nulla. Ma io ti consiglio di farti un bagno e di cambiarti prima di presentarti a lui: è una persona unica al mondo, e fossi in te mi presenterei a lui al mio meglio.

Althea annuì confusa, poi si lasciò condurre nella vasta sala da bagno mentre, tra sé e sé, si chiedeva chi fosse in realtà quell’uomo.

 

Due ore dopo si trovava nel più bel giardino che avesse mai visto, pieno di ogni tipo di pianta e di fiore colorato, in attesa del suo ospite misterioso.

Aveva fatto il bagno in una grande vasca di marmo colma di acqua calda e profumata. Due giovani l’avevano aiutata a lavarsi, a profumarsi e a pettinare i lunghi capelli in una treccia che aveva poi avvolto strettamente sulla nuca. Marissa gli aveva fatto indossare un lungo vestito di seta verde, spiegandole, dietro sua richiesta, che erano tutti uguali perché era il modello più semplice, comodo e rapido da realizzare, poi l’aveva condotta nel giardino dove una grande tavola era già stata apparecchiata per due persone.

A questo punto aveva fatto per lasciarla, assicurandole che il signore sarebbe arrivato di lì a poco, ma Althea l’aveva fermata per un istante e le aveva chiesto quale fosse il vero nome di questo loro “signore”.

-Sarà lui a dirtelo, se lo vorrà.- le aveva risposto la donna, -Noi lo chiamiamo così per il rispetto che gli portiamo. E un po’ perché è stato lui a chiederci di non diffondere troppo il suo nome al di fuori della valle.

Dopodiché le aveva rivolto un sorriso d’incoraggiamento e se ne era andata.

La sacerdotessa aveva ingannato l’attesa riflettendo su ciò di cui era venuta a conoscenza.

Chiunque fosse questo bandito cercava una donna sola, una donna con i capelli rossi. A quanto pare faceva condurre lì tutte le donne con i capelli rossi per trovarla e, se la donna in questione non era quella giusta, la lasciava libera.

Il suo caso era però diverso: era stato proprio lui a portarla lì.

Questo voleva dire che era lei colei che lo stregone cercava?

Oppure nemmeno lui sapeva chi fosse la donna che doveva trovare e sfruttava la cena per capirlo?

Le sue domande, scoprì con un leggero sussulto, avrebbero trovato presto risposta, perché tra i colori dei fiori era ora presente una chiazza nera, nera come la notte che stava avanzando nel cielo.

Il signore era arrivato.

Indossava ancora gli stessi vestiti del pomeriggio, o forse erano altri vestiti identici, e come prima il volto era celato da un velo di stoffa.

L’uomo le fece cenno di sedersi. Althea accettò in maniera rigida e diede un’occhiata alla tavola.

La cena era uno spettacolo: pane bianco, carne di diverso tipo, formaggi, uova, verdure, frutta, dolci, acqua e una specie di sidro chiaro dal profumo dolce e intenso.

Nel sentire il profumo di quel ben di Dio, che fino a prima era stato celato dall’intenso profumo floreale del giardino, il suo stomaco rumoreggiò senza ritegno facendola arrossire.

Lo stregone però, dopo essersi seduto di fronte a lei, emise una bassa risata e disse:

-Prego, non faccia complimenti. Deve essere affamata…

Effettivamente era MOLTO affamata, era quasi un mese che non faceva un pasto decente, ma cercò di trattenersi per il decoro, l’etichetta e perché ancora non si fidava.

-Oh, non si preoccupi.- disse l’altro quasi le stesse leggendo nella mente, -Sono abituato a mangiare con i miei uomini, che di galateo sanno poco o nulla, e io stesso sono poco avvezzo alle buone maniere. Mangi tranquillamente, si goda il cibo e si rilassi. Parleremo dopo.

Mettendo atto alle proprie parole afferrò un intero quarto di quello che sembrava agnello e, infilatoselo sotto al velo usando tranquillamente le mani, ne staccò un grosso pezzo con un morso.

Althea ne fu colpita e, dovette ammetterlo con sé stessa, in maniera favorevole.

Vedere quell’essere tenebroso mangiare come un qualsiasi essere umano le diede modo di respirare più tranquillamente. Non si fidava del tutto, ma almeno ora era certa che il cibo sulla tavola non aveva secondi fini.

Decidendo di seguire i voleri del suo ospite e i desideri del suo stomaco, iniziò a mangiare di gusto.

Era arrivata a servirsi una buona porzione di dolce al limone quando notò che l’altro si era fermato a osservarla.

Un po’ seccata da questa accurata analisi incrociò lo sguardo del bandito con aria di sfida, cercando di intimorirlo, ma quello continuò a guardarla dritta negli occhi senza altra reazione che il leggero inarcarsi di un sopracciglio.

Dopo qualche minuto di lotta silenziosa, in cui ebbe il tempo per scrutare nelle profondità degli occhi blu scuro a malapena visibili sotto la linea dell’ampio cappuccio, fu la sacerdotessa a interrompere il contatto voltando leggermente la testa e a sbottare:

-Non dovevamo parlare? Che ha da dirmi?

-No, prego, finisca pure il suo dolce…

-Mi è passato l’appetito.- replicò acida.

-In tal caso…- lo stregone emise un basso sospiro, poi chiese: -Posso sapere perché una sacerdotessa di alto rango come lei è in viaggio così al nord con la sola scorta di una guardia del corpo, anche se si tratta di uno dei migliori spadaccini delle contrade occidentali?

Althea lo osservò attonita e, prima che potesse fermarsi, esclamò: -Ma?! Come…?

-Come faccio a sapere tutto questo?- le chiese lo stregone con fare sornione protendendosi sulla tavola per osservarla meglio, -Beh, vediamo…

Le sue vesti sono di ottima fattura, bordate con seta azzurra e recanti l’effige di Hesai, e ciò lascia dedurre che lei è una sacerdotessa di rango abbastanza elevato.

Dalla reazione che ha avuto il guerriero quando l’ho sconfitto, la sua assurda richiesta di essere ucciso, ho capito che doveva pensare di aver fatto qualcosa di estremamente grave, qualcosa che per lui era una vergogna troppo grande per restare in vita.

E per una guardia del corpo, la persona da proteggere vale molto più della propria vita.

Sullo stile nulla da dire: tipica scuola occidentale e, dall’abilità con cui maneggia quella grande lama, deduco che deve essere uno tra i migliori.

Ma la mia domanda rimane: perché lei è in viaggio? E perché senza scorta? Forse che il consiglio delle Madri non ha più soldi per ingaggiare una scorta migliore e meglio armata di un piccolo manipolo di Ahooga?

La donna avvampò di rabbia e di imbarazzo: era davvero tutto così evidente? Certo, lo scopo del suo viaggio non era un segreto, e in un certo senso sperava di sfruttarlo a suo vantaggio, ma la sensazione di essere forzata a rivelarlo non le piaceva per nulla.

Dato che però l’altro sembrava essersi barricato nel silenzio in attesa di una risposta, Althea fece un profondo respiro e iniziò:

-Non sono in missione per il consiglio, per questo non mi è stata affidata una scorta.

Il motivo del mio viaggio riguarda solo ed esclusivamente me, perciò se ha qualcosa contro il consiglio e le sacerdotesse possiamo chiudere qui la conversazione.

Lo stregone non disse nulla, ma le fece cenno di proseguire con una mano.

-Sto cercando una persona.- proseguì quindi, – Un uomo che è legato a me da qualcosa che non le posso spiegare. Qualcuno che per me è unico al mondo e che, purtroppo, il destino mi ha portato via molto tempo fa. Da allora non ho mai smesso di cercarlo.

So che anche lei sta cercando una persona. Non so perché né mi interessa, ma credo che lei possa capirmi. Per questo le chiedo di lasciarmi andare, di modo che io possa proseguire la mia ricerca.

Aveva giocato il suo asso nella manica. Da quando aveva scoperto che lo stregone stava cercando qualcuno in particolare aveva iniziato a progettare di usare il fatto che i loro scopi fossero identici come un lasciapassare per la libertà. Ora doveva sperare.

L’altro, tuttavia, non si mostrò per nulla impressionato e, socchiudendo leggermente gli occhi, chiese nuovamente:

-E da quanto tempo lo sta cercando?

-Tre anni e due mesi, giorno più giorno meno.

-Sbaglia.

Il commento la fece sobbalzare. Fissò nuovamente l’altro dritto negli occhi con fare gelido e gli chiese, a suo parere, in cosa stesse sbagliando.

-Nel contare il tempo.- rispose l’altro con calma abbassando la testa, -Se lei sta cercando il suo amico da quando siete stati separati, allora lo sta cercando da tre anni, due mesi e quindici giorni.

Althea fece mente locale e scoprì che, in effetti, l’altro aveva pienamente ragione. Ma come…?

-Come faccio a saperlo?- la prevenne nuovamente l’altro, -Semplice: perché la sua ricerca è iniziata lo stesso giorno in cui è iniziata la MIA ricerca…

La sacerdotessa lo guardò confusa, mentre la sua mente cercava di dare un senso a quello che le stava dicendo, ma il capo dei banditi, nel vederla in difficoltà, scoppiò in una risata fragorosa e esclamò:

-Sei proprio di coccio eh? Beh, l’intuizione non è mai stata il tuo forte. Fortuna che c’ero io a darti una mano… Però pare che tu te la sia cavata anche senza di me, mia unica…

Mia unica!

Quel nomignolo affettuoso, che solo una persona, in tutto il mondo, aveva mai usato con lei…

Lo stregone levò le mani al volto, togliendosi il velo e spingendo all’indietro il pesante cappuccio.

Sotto al travestimento apparve un volto pallido, caratterizzato da un ampio sorriso e circondato da ispidi capelli color paglia che schizzavano nell’aria in punte acuminate. Gli occhi color dell’oceano erano ora accesi dalla solita luce di ironica furfanteria mentre la sua risata piena di gioia e di vita, una risata che lei aveva sempre amato in quanto aveva il potere di scacciare ogni preoccupazione dal suo spirito, risuonava forte in tutto il giardino.

Althea si alzò su gambe incerte, imitata dall’altro, poi, con voce flebile, chiese:

-Uther?

Lui le venne incontro a braccia tese. Lei si lanciò verso di lui correndo e, dopo averlo baciato con tutta la sua passione, si staccò un secondo e, assicuratasi che fosse davvero lui, gli mollò un pugno in pieno stomaco.

Uther si piegò in due mentre il dolore del colpo improvviso divampava come fuoco togliendogli il respiro. L’azione di riprendere fiato non fu però semplice, perché la sua amata aveva iniziato a tirargli una lunga serie di pugni in ogni parte del corpo facendo seguire ad ogni colpo un insulto:

-TU! BRUTTO… MALEDETTO… IMBECILLE… SENZACUORE… TI… SEMBRANO… QUESTI… GLI… SCHERZI… DA… FARE? IO… TI… HO… CERCATO… PER… ANNI… E… TU… ERI… QUI… A… DIVERTIRTI? RAZZA… DI…-

Nonostante il dolore che provava, però, il ragazzo sorrise: quella era la Althea che conosceva!

 

Uther si rilassò all’indietro sui cuscini e Althea si sdraiò al suo fianco, abbracciandolo piena di tenerezza e dicendo:

-Lo sai che con questo mi attirerò le ire di molte delle ragazze che ospiti? Ce ne sono parecchie che sarebbero ben disponibili a fare ciò che abbiamo appena fatto e molto altro ancora, credo.

-Lo so.- rispose l’altro baciandola sulla punta del naso.

-E allora perché non hai mai accettato le loro offerte?

-Perché sapevo che se lo avessi scoperto mi avresti ucciso…

La donna emise una breve risata, poi si rilassò accanto al suo uomo godendosi l’intimità del contatto tra i loro corpi e delle pesanti coperte di lana.

Dopo che si era sfogata, restando quasi senza voce a furia di urlare, si erano precipitati nella camera di Uther: una sala ampia, illuminata da grandi finestre da cui si potevano vedere il piccolo lago e le alte pareti che cingevano la valle, riscaldata da un grande camino di pietra e arredata in maniera semplice e funzionale.

Qui si erano subito gettati nell’ampio letto e, dopo tre anni e più di lontananza, avevano rinsaldato la loro unione fisica, mentale e spirituale.

Ora si sentiva finalmente completa, e in lei iniziava a crescere la curiosità.

-Uther?

-Che c’è?

-Cos’è successo dopo che fummo separati al mercato degli schiavi?

L’uomo le raccontò di come fosse stato venduto al proprietario di una miniera di ferro. Lì aveva lavorato per qualche mese fino a che, durante uno scontro con alcuni razziatori del sud, non aveva mostrato la sua abilità con la spada. Da allora era stato elevato al rango di guardia armata e ciò gli aveva consentito di progettare un modo per fuggire.

Ci era riuscito dopo appena due settimane e, da allora, aveva sempre viaggiato alla sua ricerca.

Per mantenersi usava la spada, come guardia del corpo, come mercenario, come predone e molto altro ancora, e nel farlo era venuto a contatto con i diversi stili di combattimento delle quattro terre, apprendendoli poco alla volta fino a divenire praticamente imbattibile.

Poi, mentre attraversava la steppa, era incappato in questa banda di senza legge e, dopo averne assunto il comando, aveva iniziato a cercarla in maniera differente.

-Da qui passano carovane provenienti e dirette in tutto il continente e molto oltre. Sapevo che ovunque fossi non saresti passata inosservata, perciò decisi di restare fermo e carpire tutte le informazioni possibili, sperando che un giorno o l’altro avrei scoperto dove eri per poi poterti raggiungere il più presto possibile.

Lui fece una pausa e Althea ne approfittò per chiedere:

-E il Dracolith?

Uther sorrise, passandosi distrattamente una mano sulla grande cicatrice che gli segnava il petto all’altezza del cuore e che, lei lo sapeva, rappresentava il punto in cui il Dracolith, il cristallo del fuoco dei grandi draghi, si era fuso con la carne dell’uomo e da cui si irradiava il potere soprannaturale che aveva avvertito quel pomeriggio.

-Tutto a posto. Ora riesco a controllarlo. Anche se ormai lo uso sempre più raramente.

Lei gli sorrise piena di orgoglio e lo baciò. Lui, la allontanò un poco e disse:

-Ora però tocca a te dirmi cosa ti è successo.

All’inizio, gli raccontò, era stata venduta come cameriera presso una vecchia contessa. Per sua fortuna pochi giorni dopo era stata notata da una rappresentante del consiglio delle Madri in visita alla vecchia nobildonna. Dato il colore dei suoi capelli e dei suoi occhi era stata messa alla prova come guaritrice, stupendo l’intero concilio per le sue enormi abilità innate. Da allora era divenuta una sacerdotessa e, dopo un anno e mezzo di studio per apprendere tutto ciò che doveva conoscere per controllare e usare il proprio talento, aveva ottenuto di poter partire alla ricerca del suo uomo.

-Sono partita dal mercato, ma lo schiavista che ci aveva catturato era morto in una rissa poco più di un anno prima, perciò non avevo un punto di partenza. Da allora ho girato anche io le quattro terre per trovarti. E oggi direi che il mio obbiettivo è stato raggiunto.

I due si abbracciarono stretti e sarebbero rimasti così per tutta la notte se, in quel preciso momento, un suono concitato di passi precipitosi non fosse risuonato al di là della porta seguito da un furioso bussare alla porta di legno e dalla voce di un uomo che gridava:

-Capo! Abbiamo un problema con quel gigante che abbiamo catturato oggi! È riuscito a liberarsi e ora non riusciamo a fermarlo! Sembra più inarrestabile di una carica di bisonti!

I due si fissarono negli occhi per qualche secondo, poi Althea disse:

-Garm. Sarà meglio che andiamo subito da lui e gli spieghiamo la situazione.

L’altro fece un cenno d’assenso con il capo, poi entrambi balzarono fuori dal letto alla ricerca dei propri vestiti.

 

Il grosso guerriero fissava i due che aveva davanti con la fronte aggrottata, insicuro di quello che era appena successo.

Era riuscito a liberarsi, a riprendere la sua arma e aveva iniziato a combattere per raggiungere la donna che gli era stata affidata e salvarla dalle mani dello stregone.

Ma poi la sua signora gli era corsa incontro fianco a fianco con il loro nemico, che a viso scoperto era poco più di un giovane uomo dagli ispidi capelli biondi e dai profondi occhi blu, dicendogli di fermarsi, che combattere non era più necessario e che, anzi, la loro ricerca aveva avuto successo.

La sua mente di guerriero, per quanto svelta di pensiero e ampia di vedute, non era del tutto riuscita a seguire questo rapido stravolgersi degli eventi che lo aveva confuso non poco.

-Quindi lo stregone non è nostro nemico ma colui che cercavamo?- chiese infine.

Althea annuì e gli spiegò che lei e Uther, questo il nome del giovane, provenivano entrambi da una piccola valle tra le grandi montagne al centro delle quattro terre. Per motivi troppo lunghi per poter essere raccontati erano stati catturati e venduti come schiavi. Poiché però erano innamorati uno dell’altra, dal momento della separazione non avevano avuto altro scopo se non quello di ritrovarsi.

Garm squadrò l’altro uomo, poi, abbozzando un mezzo sorriso, tese una mano e mormorò:

-Beh, almeno so di essere stato battuto dalla persona giusta.

Uther sorrise a sua volta e strinse la grossa mano dello spadaccino, mentre Althea tirava un sospiro di sollievo per il momento di crisi superato.

Garm sollevò però subito un’altra questione: ora che il loro obbiettivo era stato raggiunto cosa avrebbe fatto la sacerdotessa? Sarebbe tornata alla sede del consiglio? O sarebbe rimasta qui nella valle con il suo uomo?

La donna comprese all’improvviso che, presa com’era dal desiderio di ritrovare il suo compagno, non aveva pensato a cosa fare dopo.

Uther, vedendola nell’impossibilità di fornire una risposta immediata, venne in suo soccorso dicendo:

-Non c’è tutta questa fretta, guerriero. Sarete entrambi esausti dal lungo viaggio. Restate qui e riposatevi per qualche giorno. Nel frattempo Althea potrà decidere con calma.

E ora venite.- disse prendendoli entrambi sottobraccio, -La notte è ancora lunga. Approfittiamone per dormire un po’…

 

Tre giorni dopo due cavalli risalivano il ripido sentiero che conduceva alla steppa del nord.

Althea si guardò indietro, scrutando il piccolo villaggio tra la foschia delle tre cascate, e chiese:

-Sei sicuro che se la caverà?

-Non ho alcun dubbio.- rispose Uther voltandosi a sua volta, -I miei uomini lo hanno già accettato come nuovo capo e la sua abilità è fuori discussione. Tuttavia…- aggiunse con un sorriso sarcastico, -Non mi aspettavo proprio una fine del genere…

La notte stessa in cui Garm e Althea erano arrivati nella valle, mentre Althea e Uther discutevano sul da farsi chiusi nella stanza di lui, il grande guerriero vagava inquieto per il palazzo e, per sbaglio, era capitato nell’ala riservata alle donne.

Qui, nella stessa stanza in cui la sacerdotessa era stata condotta da Marissa, aveva incontrato la rossa bellezza dai profondi occhi blu che aveva chiarito l’equivoco sull’harem.

Tra i due era subito scattato il colpo di fulmine e, da quel momento, anche la risoluta guardia del corpo si era trovata di fronte a un bel dilemma.

La mattina successiva tutti i nodi erano venuti al pettine, come recita l’antico adagio, ma per fortuna Uther aveva avuto un’illuminazione proprio in quel mentre.

Aveva proposto a Garm di prendere il comando della banda e di lasciare a lui la protezione di Althea.

-In questo modo,- aveva spiegato, -ognuno di noi ne trarrà vantaggio: io e Althea potremo stare assieme, così come tu e Jamira. Io non sarò preoccupato per i miei uomini perché so che ci sarai tu alla loro guida e, allo stesso tempo, tu potrai stare tranquillo, in quanto la tua protetta avrà al tuo fianco qualcuno che è stato in grado di batterti. Che ne dici?

L’altro ci aveva pensato su un po’, poi aveva sorriso e si era detto d’accordo.

I due giorni successivi erano serviti per preparare il viaggio di ritorno per Uther e Althea e per introdurre Garm alla vita del capobanda.

Stamattina si erano poi salutati e i due amanti si erano messi in viaggio.

-Allora,- chiese Uther tirandosi il cappuccio sulla testa per difendersi dal vento gelido, – Da che parte andiamo?

Althea si guardò un momento attorno, poi, fissando l’altro con uno sguardo stranamente intenso, rispose:

-Andiamo verso casa.

-Ah… Dunque sei decisa?

-Sì.

I due si guardarono per parecchi minuti, poi sul volto dell’uomo comparve il suo tipico sogghigno da furfante e concluse:

-E va bene. Vorrò vedere come se la caverà ora che io so controllare il Dracolith e tu sei divenuta una sacerdotessa…

e, detto questo, voltò il cavallo verso le montagne in lontananza, seguito dalla sua compagna e dal vento del nord.

L’arena (Agosto 2008)

Posted On 3 marzo 2013

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Sigurd avanzò al centro del piazzale, l’elsa della spada stretta nella mano destra, il braccio sinistro che pendeva inerte lungo il fianco.

Di fronte a lui stava il figlio del re: un ragazzo impaziente di appena dodici anni già equipaggiato come un guerriero.

Il vecchio veterano scrutò con attenzione la cotta di maglia in argento che ricopriva il torace smilzo, l’elmo decorato che proteggeva la testa dell’erede al trono e il lucido acciaio della spada forgiata quella stessa mattina dal miglior fabbro della capitale.

Il figlio del re guardò di sfuggita il suo avversario, un vecchio relitto dagli scarmigliati capelli color del ferro, vestito con una leggera tunica che doveva aver visto molte primavere e con una vecchia spada tutta ammaccata, e sbuffò spazientito:

-Padre.- disse rivolto al re che osservava la scena dal suo trono sul lato dell’arena, -Non voglio sporcarmi le mani con il sangue di un vecchio con un braccio solo!

-Figlio.- replicò il re fissandolo severo, -Mi hai chiesto uno sfidante per saggiare la tua abilità, e questo è quello che io ho scelto per te. Ora taci e affrontalo.

Il giovane emise un altro sbuffo di disprezzo, mentre Sigurd si inchinò lentamente di fronte al re e si mise in guardia.

Il ragazzo lo attaccò con tutta l’irruenza e la forza della sua giovane età. La sua spada calò in una rapida successione di colpi che lui parò a fatica mentre veniva costretto a indietreggiare sulle gambe malferme.

L’erede al trono vide una facile vittoria e si preparò a finire il suo avversario.

Gli occhi di Sigurd incontrarono per un attimo quelli del re.

La testa del re fece un breve cenno di assenso.

Il colpo mortale diretto al collo del vecchio soldato si arrestò bruscamente sulla lama della vecchia spada con un’esplosione di scintille. Negli occhi grigi di Sigurd bruciava ora una feroce furia omicida e, respinto rudemente il suo avversario, spostò la spada nella mano sinistra e iniziò una frenetica danza di finte, colpi a sorpresa e rapide stoccate.

In pochi secondi il ragazzo fu costretto a terra, la spada strappata di mano, l’elmo ammaccato che gli scivolava via dalla testa e la cotta ridotta a brandelli mentre il vecchio gli puntava la lama alla gola fissandolo con severità dall’alto in basso.

Il re, alzandosi in piedi e sorridendo sotto ai baffi, disse al figlio:

-Molto bene, ragazzo. Hai appreso la prima, vera lezione di ogni buon guerriero: MAI sottovalutare un avversario. E ora che hai provato il sapore della sconfitta alzati e rendi omaggio a mastro Sigurd, che fu mio maestro d’armi e che da oggi sarà anche il tuo.

Work in progress…

Posted On 2 marzo 2013

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Ok, di questo blog mi ero quasi dimenticato…

Prò, ora che sono “quasi” uno scrittore famoso, magari lo riprendo in mano.

Sulla storia del “quasi” scrittore famoso… Ok, è tempo di aggiornamenti.

A fine settembre 2012 ho vinto il premio Giovane Holden, VI edizione, a cui ho partecipato con un mio romanzo inedito. Il premio è la pubblicazione del libro, perciò FERA-Il ritorno della Bestia, uscirà verso fine Maggio 2013.

Ai lettori più attenti non sarà sfuggito che ho scritto “un” mio romanzo inedito…

Ebbene yes, non è l’unico che ho scritto, ce ne sono altri…

Dato che, tra racconti e idee, il materiale è molto e dato che molti sono ansiosi di leggere qualcosa di mio, ho deciso di usare il blog per pubblicare qualche mio racconto inedito.

Se poi qualcuno fosse interessato a pubblicarli… Oh beh, ci si può mettere d’accordo! ;)

A chi già leggeva questo blog do’ il mio bentornato, a chi è nuovo, do’ il mio benvenuto!

Love & Peace a tutti,

Bario

Invincibili!

Posted On 19 luglio 2012

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Well, well…

E’ da un po’ che ho in mente di riprendere in mano il blog, ma tra il lavoro, l’addio al celibato a Budapest etc. solo oggi ho tempo e mente per applicarmi.

Giusto una breve nota, quindi, per celebrare la nascita degli INVINCIBILI! (ok, sarebbe avvenuta il 25 Aprile, ma portate pazienza…)

GLI INVINCIBILI: giovani eroi che si batto per un mondo migliore! Un mondo dove tutti possano bersi una birra in allegria; dove tutti hanno la possibilità di dire la loro; dove ogni uomo sulla terra possa trovare ciò che cerca e ogni donna possa tirarsi meno seghe mentali ed essere più felice!

Ed ecco la formazione degli INVINCIBILI!

Leandro “Lamer” Pierguidi è CYBERLORD, il signore dell’informatica! Nessun programma gli è sconosciuto, nessuna barriera informatica lo può arrestare! Con le sue abilità riesce a manipolare la realtà (virtuale) e a ottenere una schiacciante vittoria!

Marco “il Giovane” Birolini è SACRED WARRIOR, il signore della battaglia! Ha studiato per anni gli stili e le filosofie di combattimento di ogni parte del mondo, divenendo così un Bushin, un dio della guerra! Quando scende in campo tutti si radunano sotto il suo vessillo per una sfolgorante vittoria!

Gigi “ensiferum” Festini è BATTLEBANE, il distruttore! Dotato di un’enorme forza e di una grande volontà egli è colui che da solo può rovesciare le sorti di qualsiasi scontro! Di solito trattiene il suo straordinario potere per non annoiarsi, ma quando si scatena nulla può separarlo dalla vittoria!

Mario “Master” Beretta è DARKWOLF, il guerriero selvaggio! Un uomo dotato del cuore di un lupo che ha abbracciato la sua maledizione tramutandola in una forza sconosciuta! Quando lo scontro ha inizio, i nemici tremano all’udire il suo ruggito di sfida che inneggia ad un’incontestabile vittoria!

Luca “Mente” Bonini è NECROMANCER, il maestro delle maledizioni! I suoi oscuri poteri gli consentono di maledire anche il più fortunato degli uomini, facendolo cadere nella più cupa disperazione! Quando scatena le sue oscure arti… Oh beh, in questo caso non si sa bene a chi andrà ‘sta benedetta vittoria!

E questo è tutto: gli INVINCIBILI! dovrebbero trovarsi il sabato sera. Se avete bisogno del loro aiuto (ne siete proprio sicuri?) allora chiamateli, loro risponderanno! (forse, dipende se hanno finito o no di discutere sull’ultima missione di Dota… Portate pazienza insomma!)

Love & Peace e viva gli INVINCIBILI!

Bario

La passione di Gesù

Posted On 14 aprile 2011

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Stamattina, in treno, leggevo il vangelo della passione di nostro signore Gesù Cristo.

Un’ora dopo, in università, leggevo il quotidiano.

Dentro di me ecco accendersi una luce, una luce che illumina un altro scorcio della follia che caratterizza i tempi moderni. Sarà forse perché siamo vicini a Pasqua, sarà forse perché il mio sonno è spezzato (e quelli che seguono il blog sanno che se dormo poco il mio cervello va fuori giri…), ma in questo periodo mi sento abbastanza riflessivo.

Ma procediamo con ordine.

Nel Vangelo Gesù è tradito da uno dei suoi amici più cari, rinnegato da quello che, con ogni probabilità, è il suo migliore amico e portato davanti al Sinedrio, l’organo politico/giudiziario dell’epoca, accusato di blasfemia, condannato a morte, torturato e messo in croce.

Di fronte a tutto questo, Gesù mantiene un atteggiamento calmo, quasi distaccato. Di fronte alle accuse non perde la calma, si limita a confermare l’evidenza dei fatti con le semplici parole “tu lo dici”. Anche di fronte alla tortura sembra non accusare nessuno, conscio che quello è il suo destino, e solo in punto di morte erompe in un lamento disperato rivolto al Padre Celeste. Non bisogna però pensare che Gesù affronti tutto questo a cuor leggero, perché poco prima, nell’orto degli ulivi, ha avuto un momento di crisi profonda, di paura, in cui ha chiesto se fosse possibile evitare tutto questo. Un momento intenso, che però ha voluto vivere da solo, in comunione con il Padre, e in cui ha rimesso tutto nelle Sue mani.

Tutto questo ispira rispetto, sia in quelli che all’epoca vi hanno assistito in prima persona, sia nei lettori di oggi.

Veniamo ora al giornale.

20 pagine dedicate a politici che litigano, a vicende torbide, ad attrici che parlano di sé, a scandali, a Grandi Fratelli e gossip. Da ogni articolo ognuno grida la sua opinione a gran voce, ognuno si difende con le unghie e con i denti dalle accuse (?) che gli vengono rivolte, tutti si dicono vittime di soprusi, della società, dei comunisti, delle malelingue, di stronzi ecc. ecc.

Insomma: tutti si stracciano le vesti e cercano la pietà del pubblico.

Ma nel Vangelo, chi si straccia le vesti non è Gesù, sono i farisei.

Questa volta non voglio esprimere opinioni, non voglio che il pubblico (se c’è ancora qualcuno che segue ‘sto benedetto Blog) mi dica se ho ragione o torto.

Stavolta voglio seguire l’esempio del mio Maestro, Gesù.

Mantenere un atteggiamento calmo, ponderato. Evidenziare ciò che è sotto gli occhi di tutti e che nessuno vuole vedere. Lasciare che siano gli uomini a fare le proprie scelte, limitandomi ad essere un esempio (spero) positivo.

Ma soprattutto: rimettendo ogni cosa che faccio nelle mani del Padre, pregandolo di guidare le mie azioni secondo la Sua volontà.

Love & Peace e buona Pasqua a tutti,

Bario

Vergogna!

Posted On 20 gennaio 2011

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Sfortunatamente, il titolo di questo intervento non è qualcosa che ho urlato in piazza, in faccia a qualcuno che se lo meritava o che ho urlato e basta.

Purtroppo, è un sentimento che provo nel mio intimo: mi vergogno di essere un ESSERE UMANO.

Potessi cambiare genere e specie, preferirei essere il più inutile e repellente virus invece di quello che, a volte, si autoconsidera “il gradino più alto dell’evoluzione”.

Seeee… Gradino più alto una beneamata fava!

Il tutto nasce da una settimana un po’ nera, ma la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso è arrivata stamattina.

E’ una settimana che partecipo a riunioni (formali e meno formali) in cui emergono problemi che si fatica a risolvere, dato che le parti in causa sembrano voler rifiutarsi di ascoltare, dicendo cose simili e diverse e non riuscendo a capire che la ragione non è di uno dei due, ma più o meno nel mezzo. E’ una settimana che vedo i miei programmi (televisivi… I pochi che mi restano!) cancellati da cazzate e mi viene da chiedere: ma io perché cazzo ho speso 20 euro di decoder? Per essere preso per il culo? E’ una settimana che, nonostante una sonnolenza persistente, mi alzo presto per svolgere al meglio il mio lavoro, aspettando risposte che non arrivano o vengono malamente intercettate (della serie: se io scrivo a un professore PERCHE’ mi risponde qualcun altro dicendo di chiedere a chi avevo inviato la mail? Bah…)…

Stamattina, però, si tocca il fondo e si esplode.

Prendo il Metro quotidiano (il giornale gratuito, n.d.s.) e leggo il titolo in prima pagina: “Giovani italiani ignoranti e pigri”.

Sotto: una foto di Ruby, ospite di un programma, in cui espone le ultime rivelazioni sulla sua sfortunata vita e sul suo rapporto con Berlusconi.

Sì, Ruby: la ragazza egiziana/marocchina/salcazzo che prima è stata pagata per il bungabunga; poi in realtà non era vero: era stata “salvata” dal premier dopo essere stata arrestata giustamente/ingiustamente/valloasapere; poi pagata per dire certe cose fasulle; pagata per il silenzio; consolata con regali costosi perché violentata da ragazzina; invitata a diversi talkshow (dietro compenso, suppongo) per raccontare la sua triste vicenda…

Ma un bel vaffanculo no?

No, dico, come si può chiedere ai giovani italiani di sbattersi per realizzare qualcosa se poi li si piglia per il culo in questa maniera? Io che sono un responsabile di laboratorio e un educatore, che cavolo devo andare a dire a quelli che seguo: “Mi raccomando di dare il vostro meglio e stare zitti, senza mai alzare la testa o la voce, accontentandovi della miseria che prenderete, godendo dei diversi soprusi di chi ha più potere di voi, accettando serenamente tutti gli insulti ed essendo felici quando l’ultimo arrivato farà più strada e più soldi di voi perché conosce questa o quella persona ed è abbastanza figlio di puttana da approfittarsene”?!

Mi vergogno. Mi vergogno di appartenere alla stessa specie di queste persone. Mi vergogno perché tutti parlano (io compreso), ma nessuno ha i coglioni di dire: “Ma perché non la smettiamo di fare le pecore e andiamo a prenderli tutti a calci nel culo?”.

Vorrei poter essere svincolato da questa fottuta patina di civiltà degli esseri umani, tornare a essere una bestia selvaggia che, se istigata, non porge stupidamente l’altra guancia, ma si fa rispettare.

Stavolta non c’è Love & Peace. Stavolta ci sono rabbia e vergogna.

                                                                                                         Bario

Desideri in libertà

Posted On 17 gennaio 2011

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Vorrei…

Cos’è che vorrei?

Vorrei poter correre libero nel vento. Vorrei poter spalancare le ali e innalzarmi nel cielo al tramonto. Vorrei precipitare assieme alle gocce d’acqua di una cascata. Vorrei acciambellarmi per dormire accanto al fuoco. Vorrei poter galleggiare in una laguna, guardando il cielo blu e ascoltando il rumore delle onde. Vorrei essere sopra un tetto a guardare le stelle cadenti. Vorrei camminare a piedi nudi sull’erba fresca. Vorrei andare lontano per un po’ per poter poi tornare…

Vorrei rivedere il suo sorriso, e capire che tutto quello che ho desiderato prima è solo la luce riflessa di quel sorriso…

Love & Peace,

                           Bario

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