Fatima delle terre del sud (prima parte)

Posted On 22 novembre 2013

Filed under Senza categoria

Comments Dropped leave a response

Il racconto è un po’ lungo… Per non creare un post chilometrico lo divido in pezzi!

Buona lettura! Mario

FATIMA DELLE TERRE DEL SUD

Ti stanno guardando tutti.

“Lo vedo, non ti preoccupare”

In effetti, osservò con divertimento, tutti gli abitanti del piccolo villaggio in cui si trovava lo stavano scrutando  con stupore e sospetto. Tale fenomeno era da attribuire, con ogni probabilità, al suo aspetto, che differiva completamente da quello dei suoi osservatori. Loro erano uomini del deserto: capelli neri tagliati corti, volti abbronzati e segnati dal vento, corpi piccoli e robusti vestiti con ampie tuniche leggere adatte al clima torrido. Lui, invece, portava i lunghi capelli neri raccolti in una lunga coda di cavallo che gli arrivava quasi alle scapole, la sua pelle era chiara e a malapena segnata da segni sottili che erano dovuti all’espressività del volto e il suo fisico era alto e slanciato. I suoi vestiti consistevano in un paio di calzoni di stoffa scura, un’ampia camicia di lino bianco, leggermente aperta a mostrare il petto glabro, e un elaborato collare d’oro che gli cingeva il collo.

Gli occhi che lo fissavano erano neri o castano scuro; i suoi occhi, impegnati ad ammirare il piccolo agglomerato di casette bianche di calce ai lati della polverosa strada di terra battuta, erano invece di un colore grigio chiaro con una serie di pagliuzze argentate. Occhi che, con tutta probabilità, quella piccola comunità non aveva mai visto prima d’ora.

“Tranne forse in un raro caso a loro molto vicino” pensò il giovane con un sorriso triste.

Ma sai almeno dove cercare? Cosa ti hanno detto di preciso i veggenti?

Il giovane sospirò e passò una mano sullo strumento che portava appeso alla cintura, rassicurando la voce che sì, sapeva dove doveva cercare, e che i veggenti gli avevano dato in risposta solo il nome di quel villaggio. Il resto lo avrebbe trovato da solo seguendo il suo cuore.

Proprio in quel momento i suoi occhi si posarono sulla porta di una casa, una sottile tavola di legno scuro del tutto simile alle altre, ma il suo cuore gli disse che lì dentro c’era la persona che era venuto a cercare.

Bussò alla porta. Ad aprirgli venne una ragazzina di dieci, undici anni che gli chiese intimorita chi fosse restando a mezzo nascosta dietro allo stipite. Il giovane scrutò per qualche istante il volto che aveva di fronte: i lunghi capelli neri scarmigliati, le sottili sopracciglia delicatamente arcuate, la pelle scura e liscia di un fiore pronto a sbocciare, le labbra sottili atteggiate in un accenno di innocente sorriso e i lineamenti mediorientali; tutto questo parlava al giovane del deserto e dei suoi popoli.

“Ma non gli occhi” pensò osservando quei grandi occhi color grigio chiaro con sottili pagliuzze

d’argento, occhi che non erano del deserto, bensì erano i SUOI occhi.

“Questi occhi appartengono alla mia famiglia, non posso sbagliarmi, l’ho trovata.”

Il giovane aprì la bocca per presentarsi, ma la sua presentazione fu bruscamente troncata sul nascere da una voce cupa e raspante che eruppe nel bizzarro grido di rimprovero: -FATIMA!-

La bambina, che a quanto pareva portava quel nome, si voltò con lo straniero in una sincronia così perfetta che pareva quasi avessero provato tale scena migliaia di volte.

La voce apparteneva a un uomo che stava giungendo dalla strada polverosa. La sua età si avvicinava alla cinquantina, il fisico era basso e pesante, ricoperto da una leggera tunica grigio sporco molto consunta e rattoppata in più punti, il volto era accigliato e scuro, i folti baffi e i capelli ricci più neri della notte stessa. Dietro di lui veniva un altro uomo, questo alto ed emaciato e vestito con una ricercata tunica color rosso scuro, che lo seguiva con una strana andatura ciondolante osservando la scena in modo quasi distaccato con i freddi occhi neri che campeggiavano in un volto asciutto e inespressivo posto sotto all’ampia fronte del cranio rasato con cura.

Mentre l’uomo si avvicinava minaccioso, sul volto della bambina apparve un’espressione di intenso timore che impietosì lo straniero, ma questi non ebbe il tempo di fare alcunché perché l’uomo era ormai giunto di fronte alla casa e aveva iniziato a tuonare:

-FATIMA! MALEDETTA SVERGOGNATA! Come ti salta in mente di fare una cosa simile? Me ne vado giusto un breve momento e tu ne approfitti per incontrarti con un UOMO? E per di più un forestiero? Non ti rendi conto che offesa porti al mio onore? Meriti una punizione!-

Mentre il suo braccio si stava levando per far seguire i fatti alle minacce il suo compagno si protese di scatto e, afferratolo al polso con cui stava per colpire la terrorizzata fanciulla, mormorò gelido:

-Aspetta un momento, Iussef. È vero che è tua figlia, ma non dimenticare che abbiamo siglato il contratto di matrimonio, perciò ora lei appartiene a me…-

Mentre Iussef sbiancava in volto, iniziando a mormorare parole di scusa, e lo straniero sgranava gli occhi dallo stupore, Fatima, dopo un breve sussulto di stupore, corse a precipizio dal padre e, afferratene le vesti, iniziò a implorare:

-NO! Ti prego, padre, no! Non darmi in sposa a Joran lo stregone. Ti prego…-

Nonostante le suppliche della figlia quello si limitò a strapparle dalle mani la stoffa del suo abito e a dire chiaro e tondo che ormai era cosa fatta.

Da parte sua l’uomo chiamato Joran si era nuovamente ritirato in silenzio osservando la scena, e il giovane corpo della sua futura sposa, con il sogghigno ironico di chi crede di avere sempre la vittoria dalla sua.

E ora che facciamo? La situazione sta precipitando, mi pare…

-Scusate.-

L’intromissione, per quanto cortese, dello straniero fece voltare verso di lui i due uomini e Fatima, che nonostante le lacrime lo fissava con la curiosità tipica dei bambini.

-Che vuoi, straniero?- chiese il padre della bambina con tono sospettoso.

Dopo un breve sorriso di incoraggiamento alla piccola, quello rispose fissando l’altro uomo negli occhi:

-Non ho potuto fare a meno di notare che la piccola non sembra felice della proposta di matrimonio. So di essere solo un forestiero di passaggio, ma potrei sapere con quale diritto lei pretende di darla in sposa?-

Attento… Stai giocando a un gioco pericoloso…

-Diritto?!- replicò l’altro imporporandosi istantaneamente e alzando la voce incollerito, -Posso per il semplice fatto che sono suo PADRE! Invece di protestare questa piccola sfacciata dovrebbe solo ringraziarmi di averle trovato marito!-

-Capisco… E la madre è d’accordo?-

-Mia moglie è morta, straniero. Ancora non capisco che interesse hai in tutta questa faccenda; vuoi forse chiederla in moglie tu?-

A questa battuta lo straniero lo folgorò con un solo sguardo prima di rispondere in un tono simile a quello di un tuono che preannunciava una tempesta:

-Ne ho interesse in quanto, dopo la morte della madre, io sono ora il suo parente più prossimo e, pertanto, il suo tutore.- poi, rivolgendosi alla bambina che lo guardava con un’espressione stupita e confusa, disse con un sorriso dolce: -Fatima: allontanati da quell’uomo e vieni ad abbracciare tuo zio.-

Il silenzio che seguì tali parole ebbe un che di comico: Fatima sbatté un paio di volte le folte ciglia e fece per fare un passo verso il misterioso forestiero, ma si fermò incerta; Iussef lo fissò con la bocca spalancata e il volto ora livido dal terrore e dall’imbarazzo; l’unico che ebbe una reazione fu Joran che, inarcando leggermente un sopracciglio, chiese:

-Iussef: si può sapere che diavolo sta dicendo quest’ uomo?-

L’interpellato aprì e richiuse la bocca un paio di volte senza riuscire a spiccicare parola, perciò in suo aiuto venne lo stesso forestiero che illustrò la situazione:

-Sto semplicemente dicendo che costui non può vantare nessun diritto su Fatima in quanto non è suo padre. La bambina è frutto dell’amore tra sua moglie e mio fratello, giunto in questo villaggio dodici anni or sono e purtroppo deceduto venti giorni addietro. Secondo le sue ultime volontà e la legge del mio paese, io sono venuto a informare la sua unica figlia e sua madre del suo decesso e a portare loro l’eredità. Dato però che anche la madre è deceduta io, in quanto unico zio da parte di padre e pertanto parente più prossimo, devo prendere con me mia nipote e portarla nella casa paterna. Questa è la legge delle terre del nord.-

I due uomini lo fissarono in modo vacuo, ma a queste parole nello sguardo della bambina si accese un bagliore di comprensione. Fissando alternativamente lo sconosciuto e quello che credeva suo padre a un tratto parve prendere una decisione e stava per muovere un passo quando Iussef le calò una mano sulla spalla ed esplose:

-NON MI INTERESSA SE È MIA FIGLIA NATURALE O MENO: IO L’HO ALLEVATA, IO LE HO DATO UNA CASA E IO DECIDO A CHI DARLA IN MOGLIE!-

Mentre il silenzio faceva seguito a questo sfogo, la voce parlò nuovamente e chiese:

Ma perché tanta ostinazione? Secondo ciò che so di questi popoli dare in sposa una figlia comporta un gran dispendio di denaro. Nel reclamarla come nostra parente credo che gli faremmo risparmiare parecchio, allora perché non vuole liberarsene?

-Ne so quanto te.- replicò a mezza voce il forestiero, -A meno che…-

I suoi occhi si posarono su Joran che, durante la discussione, aveva osservato il tutto con i grandi occhi inespressivi. Anche ora questi erano fissi su Fatima, ma in essi non si poteva vedere nulla, tranne forse un leggero riflesso di lascivo desiderio.

Intuendo quale era la chiave di questo mistero, lo straniero chiese all’improvviso:

-Mastro Joran: quanto avete pagato per avere Fatima in sposa?-

L’interpellato si voltò verso di lui, a malapena sorpreso da tale affermazione, e rispose con voce piatta:

-Non più di quanto avrei pagato un’altra serva: cento pezzi d’oro. Ma tu dovresti capire, straniero, è necessario che io abbia una consorte legittima, perché nessun uomo non sposato riuscirà mai ad assurgere alle posizioni di prestigio in questa società. Inoltre,- aggiunse tornando a fissare la bambina,- una concubina in più non fa mai male…-

Maledetti sciacalli…

-Va bene, basta così. Ho sentito anche troppo.-

Dopo aver pronunciato tali parole lo straniero prese lo strumento che portava alla cintura, una splendida arpa costruita con uno strano legno argentato e dotata di sottilissime corde che rilucevano con bagliori dorati, se la portò alla spalla e, dopo aver chiuso gli occhi, iniziò a suonare e a cantare con una voce dolce e ricca di toni e inflessioni musicali.

Nell’ascoltarlo Fatima scoprì che, nonostante le parole fossero pronunciate nel linguaggio del nord a lei sconosciuto, il loro significato le entrava nel cuore trasmettendole una profonda sensazione di malinconia.

Lo straniero cantò di terre lontane: di valli profonde in cui crescevano immense foreste; di alte montagne che svettavano verso le stelle con le cime ricoperte da candida neve; di impetuosi torrenti che ridevano incessantemente nella loro folle corsa verso il grande fiume; ma soprattutto parlò di casa, non un freddo insieme di mura dove si viveva nell’attesa di qualcosa compiendo gli stessi gesti ogni giorno, ma un luogo caldo e ospitale in cui chi vi abitava poteva trovare la pace del corpo e del cuore. Tutto ciò toccava il cuore della bambina ed evocava nella sua mente una figura a lei sconosciuta, un uomo che le carezzava dolcemente i capelli, qualcuno che l’aveva amata dal profondo del suo cuore anche senza averla mai vista.

Mentre la sensazione di avere il suo vero padre vicino a sé la assaliva colmandole gli occhi di lacrime, Fatima non si accorse che Iussef e Joran fissavano lo straniero con la bocca aperta e gli occhi inespressivi. Solo quando la melodia finì e lei mosse un passo verso suo zio si accorse che l’uomo che aveva chiamato padre non la tratteneva più e, voltatasi, scoprì che i due uomini e parecchie altre persone del villaggio parevano essersi imbambolate.

Nel notare il suo stupore il musico esplose in una fragorosa risata e, posatole una mano sulla spalla in maniera affettuosa, le disse:

-Non ti preoccupare, resteranno incantati ancora per parecchi minuti, poi si risveglieranno chiedendosi che diavolo sia successo e dove diavolo siamo finiti nel frattempo.-

A meno che tu non rimanga qui a pavoneggiarti come tuo solito perdendo questi minuti preziosi. Vogliamo sbrigarci, per favore?

-Che c’è, Lunargento?- chiese l’altro scoppiando nuovamente a ridere, -Sei nervosa, amica mia?-

Non dire assurdità! replicò la voce stizzita, Non sono nervosa, William, ho solo nostalgia di casa e la canzone che hai suonato certo non mi aiuta!

Fatima ascoltò questo scambio di battute guardandosi costantemente attorno per cercare di capire da dove provenisse l’altra voce.

Dopo aver appurato che quella voce non proveniva da nessuna persona presente lì vicino fissò l’alto uomo con gli occhi sgranati dal timore e sussurrò:

-Tu… Tu parli con gli efreeti! Tu sei uno stregone!-

A queste parole gli occhi dell’uomo si spalancarono di stupore, poi, con un guizzo di comprensione, scoppiò nuovamente in una risata fragorosa ed esclamò:

-Ma certo! Nelle tue vene scorre il sangue di mio fratello, è logico che tu possa sentire Lunargento. No, non preoccuparti.- aggiunse poi tornando a guardarla e arruffandole i capelli neri con un gesto d’affetto, -Non sono uno stregone e non so parlare con i tuoi spiriti dell’aria. Ora muoviamoci, il mio incanto non durerà ancora a lungo. Dobbiamo allontanarci prima che questi due si riprendano.-

(continua…)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...